4° Incontro D.A.M. “Weisshorn-2015”

A fine giugno ricevo l’invito di Marco a partecipare al meeting di alta montagna (Diabete&AltaMontagna) e ne sono entusiasta. L’esperienza avuta l’anno prima con i ragazzi diabetici (erano stati giorni di arrampicata, ferrate etc) mi aveva molto colpito ed ero ben felice di ripeterla in un terreno diverso e con persone adulte. Le aspettative sono state confermate e sono tornato con un bagaglio professionale e umano più ricco; riporto con vero piacere il racconto di Aldo, a testimonianza di ciò che una persona ben motivata, preparata e con la giusta assistenza può fare.


Il gruppo di alpinisti con diabete tipo 1 che è già salito nel 2012 su Gran Paradiso (4061 m) e Tresenta (3609 m), nel 2013 su Castore (4228 m), Naso del Liskamm (4272 m) e cima del M. Bianco (4810 m), e l’anno scorso sul Dom di Mischabel (4545 m), quest’anno ha trascorso una settimana sul filo dei 4000 metri, di nuovo nel Vallese, facendo base nel villaggio di Zinal, in Val d’Anniviers. Ai momenti alpinistici si sono alternati incontri di Educazione Terapeutica, sia con chi scrive che si è preso l’incarico di organizzare questa nuova avventura, sia con Jean Philippe Assal – il padre europeo dell’educazione terapeutica – e con sua moglie Tiziana che da qualche anno lo affianca con entusiasmo.
Il suggerimento di continuare è partito dal solito Marco Peruffo, che da tanti anni ormai non si stanca di condividere la sua eccezionale esperienza di alpinista diabetico “in quota” con i comuni mortali – affetti o no dal diabete tipo 1. La sua proposta mi è arrivata a gennaio in un momento delicato, perché avevo appena dovuto effettuare un “tagliando” che mi aveva rimesso in piena forma, ma che aveva un po’ incrinato le mie sicurezze. Lo stimolo di Marco è servito ad allontanare i dubbi… e sono partito con l’organizzazione.
I primi riscontri sono stati entusiastici, anche troppo… tanto da farmi chiedere se non fosse il caso di chiudere le adesioni. Poi, dopo aver raggiunto numeri che rischiavano di far saltare il magro bilancio del ComET (Comitato Educazione Terapautica-onlus), ci sono state varie rinunce: la maggior parte tempestive dovute a motivi familiari o di lavoro, e due all’ultimo momento dovute a lievi indisposizioni. Preciso qui che il ComET ha sponsorizzato la sicurezza dell’accompagnamento arruolando 7 guide professioniste oltre a dare qualche piccolo contributo ai pochi che lo hanno chiesto, ma che per il resto i partecipanti hanno pagato di tasca propria e non ci sono state altre sponsorizzazioni. Insomma, alla fine siamo rientrati nel numero abituale di partecipanti: otto persone con diabete tipo 1 (oltre a una con sclerosi multipla), un coniuge molto partecipe e due medici diabetologi “anziani” (oltre a me, l’indomabile aquilano Gianfranco Poccia), entrambi non ancora affetti da diabete ma già dotati di un ricco patrimonio di acciacchi vari, più o meno legati all’età.
Per rappresentare con un logo lo spirito che ci guida e ci lega, Marco ha commissionato e prodotto, grazie ad ADiQ (Associazione Diabetici in Quota), il simbolo dei nostri incontri: Diabete & Alta Montagna, dove la congiunzione è costituita da una corda da montagna avvolta in un nodo savoia, o a otto, detto anche nodo d’amore.
Il progetto alpinistico originale era di raggiungere il primo giorno la Cabane de Mountet (2886 m), partendo da Zinal (1675 m). Da lì compiere due escursioni poco sotto i 4000, quindi scendere “a valle” e riposare un giorno. Successivamente raggiungere la Cabane de Tracuit (3256 m) e il giorno seguente tentare la vetta del Weisshorn (4505) dalla lunga e impegnativa cresta Nord. Purtroppo le condizioni della montagna già da metà agosto erano diventate troppo pericolose e già prima di partire sapevamo che la cresta del Weisshorn era ormai impraticabile per la troppa neve. Il progetto educativo prevedeva 2 incontri pomeridiani di 1,5 ore ciascuno nei rifugi, un incontro pomeridiano di 3 ore nell’ostello a Zinal, e due incontri finali con gli Assal: 3,5 ore il sabato pomeriggio e 2,5 ore la domenica mattina prima di ripartire, e così abbiamo fatto.

Finalmente, dopo tanti preparativi, eccoci convergere il 23 agosto dall’Abruzzo, dal Lazio, dal Veneto, dal Piemonte e dalla Lombardia verso Zinal, dove arriviamo verso mezzogiorno e troviamo ad accoglierci per un breve saluto i coniugi Assal. Le previsioni meteo indicano pioggia per oggi e domani, ma bel tempo a partire da dopo-domani e per il resto della settimana: risulteranno esatte e alla fine potremo considerarci veramente fortunati.
La prima salita al rifugio avviene sotto la pioggia per quasi metà delle 4 ore necessarie per risalire la morena del ghiacciaio di Zinal, schiacciati sotto i nostri zaini di 12-15 Kg. L’anfiteatro glaciale che circonda la Cabane de Mountet si indovina appena fra le nuvole, e al rifugio troviamo la guida svizzera Armand Salamin, che saluta fra noi anche la nostra guida “storica”, l’ampez­zano Piero Bosetti, che conosce già dall’anno scorso al Dom; le altre due guide svizzere, Romain e Christian, ci raggiungono poco dopo. Il rifugio è di quelli antichi, ma rimesso a nuovo e molto ben tenuto da una famiglia di gestori davvero gentili. Il fatto che sia praticamente vuoto e che siamo quasi i soli ospiti non guasta…
Il 24, come previsto, pioviggina o nevischia e le guide ci propongono una “sgambata” sul ghiacciaio. Poiché il tempo si aggiusterà aprendosi in un bel arcobaleno, la passeggiata si trasformerà in una salita di 900 m fino a raggiungere la cresta affilata che congiunge il Blanc de Moming con lo Zinalrothorn, alla quota di 3750 m. Il superamento della crepaccia terminale su un precario ponte nevoso (da noi battezzato lì per lì Pont Gruyère) ci darà qualche brivido, ma Romain ci assicurerà al di là del crepaccio con un “corpo morto” sepolto nella neve alta.
Nel pomeriggio, approfittando della calma offerta dal rifugio, facciamo la nostra prima riunione educativa, condividendo le aspettative riposte di ciascuno rispetto a questa settimana in alta quota, e affrontando i primi problemi riscontrati da alcuni nell’adattamento della terapia al nuovo regime di attività fisica.
Il giorno 25 è sereno, ma quando partiamo per il Trifthorn (3728 m) alle 5 del mattino non lo sappiamo ancora perché è buio e il rifugio è avvolto in una fitta nebbia che durerà fino al pomeriggio. Finalmente, dopo un’ora di marcia, alle prime luci dell’alba il cielo appare del tutto sereno e vi si stagliano netti i profili dello Zinalrothorn, del Obergabelhorn, della Dent Blanche e del Grand Cornier. Fra questi colossi la nostra meta (indicata nella foto dalla scia) appare non priva di una sua aguzza dignità.
Solo una partecipante, non abituata alla neve e al ghiaccio, e che era venuta con l’intenzione di arrivare fino ai rifugi, si limita in entrambi i giorni a una bella passeggiata sul ghiacciaio, e non affronta i pendii più ripidi.
Tornati al rifugio, dopo un rapido spuntino percorriamo la lunga discesa fino a Zinal, dove arriveremo tutti molto provati dopo più di 10 ore di marcia dal risveglio. Meno male che l’Auberge Alpina è molto accogliente e che domani si riposa! A cena abbiamo il piacere di avere come ospiti Tiziana e Jean-Philippe Assal i quali, osservandoci, si preoccupano giustamente più per la stanchezza dei diabetologi che per le condizioni dei diabetici!
La mattina del 26 è così bella che alcuni si fanno tentare da una vicina palestra di roccia, mentre altri vanno a visitare il comprensorio della diga e del ghiacciaio di Moiry, a monte di Grimentz. Nel pomeriggio, durante la lunga riunione formativa, si discutono a fondo le criticità riscontrate da alcuni nella gestione del diabete durante sforzi più o meno intensi e si puntualizza il ruolo dello stress nel controllo della glicemia, sia in condizioni normali che nel caso del diabete tipo 1. La cena a base di “fondue” mette subito alla prova la capacità dei partecipanti di prolungare – in qualche modo – l’azione del “bolo” di insulina per prevenire la risalita tardiva della glicemia dovuta alle proteine e al grasso del tanto formaggio.
Il giorno 27 continua il gran bello e, partendo alle 10 a pieno carico per la Cabane de Tracuit, ci fa molto piacere che la prima metà della salita sia ancora in ombra. Raggiungiamo il rifugio nelle 4 h 10 previste dai segnali sul sentiero, ma i veloci del gruppo impiegano parecchio meno. Marco, che per partire ha aspettato l’arrivo delle guide italiane da Vicenza (Ferruccio, Andrea e Carlo) impressiona tutti salendo in 2 h 15. Anche la sua gestione del diabete suscita l’ammirazione dei partecipanti: grazie alle sue attenzioni e all’aiuto di Sara, compagna molto attenta e competente in particolare sul calcolo dei carboidrati ingeriti, la sua glicemia oscilla quasi sempre fra i 100 e i 140, superando molto raramente questi limiti e mai di moltissimo.
La Cabane de Tracuit, super moderna e tecnologica, si pone agli antipodi del rifugio precedente, non solo perché rigurgita di ben 120 persone, ma soprattutto per la scarsa gentilezza dei gestori. Il tempo splendido, però, e la luna piena che sorge dopo cena proprio dietro la cima del Weisshorn ci fanno presto dimenticare i disagi.
Il giorno 28 è quello programmato come il più impegnativo, in cui il gruppo si dividerà: gli alpinisti meno esperti o meno in forma punteranno alla cima del Bishorn (4153 m), mentre gli altri, avendo dovuto rinunciare all’inaccessibile Weisshorn, punteranno alla Tête de Milon (3693 m) percorrendo una cresta rocciosa di quasi 700 m di dislivello, con passaggi di 4° e 5° grado, la Crête de Milon, che inizia a quota 2980 ma che si raggiunge scendendo molto più in basso lungo il sentiero di accesso al rifugio. Vista la difficoltà di questa arrampicata in alta quota, ogni guida porterà un solo cliente, mentre Marco farà come sempre cordata autonoma assicurando alla sua corda la moglie Sara e il nipote.
Fatta un rapida colazione alle 5 osservando le incredibili regole imposte dall’arcigna “guardienne”, ci dividiamo subito in due gruppi salutandoci alla luce delle lampade frontali: il più piccolo sale e il più grande… scende. La cordata diretta al Bishorn, guidata da Armand, si dimostra affiatata e allenata, superando decine di altre cordate partite prima di loro, raggiungendo presto la cima e tornando al rifugio, prima di tutti gli altri, già alle 10:30. Il gruppo diretto alla Crête de Milon raggiunge faticosamente l’attacco della via dopo due ore e si suddivide in sei cordate: cinque di due e una di tre. Anche queste cordate salgono abbastanza rapidamente apprezzando la bellezza della via, a tratti molto esposta e in genere non “pulitissima” forse perché poco frequentata. Alcuni affrontano anche i passaggi più difficili, mentre altri, forse un po’ a disagio per gli scarponi pesanti da alta montagna, preferiscono aggirare uno o due passaggi troppo tecnici.
Dopo 6 ore e mezza raggiungiamo la fine della via quasi tutti abbastanza stanchi, e più di uno, guardando la frastagliatissima cresta nord del Weisshorn di fronte a noi, si è chiesto se sarebbe stata alla nostra portata, considerando lo sforzo richiesto. Ma siamo tutti felici per il risultato raggiunto in questo ambiente spettacolare e, dopo una congrua sosta e una veloce discesa sul ghiacciaio, rientriamo al rifugio.
Il giorno 29 abbiamo in programma la discesa a Zinal al mattino e un risotto per pranzo, prima della riunione pomeridiana con gli Assal. Ma l’appetito vien mangiando, si dice, e in questo caso si tratta di fame di vette più che di risotto: il brillante exploit dei nostri sul Bishorn convince i “veloci” del gruppo che se partono presto e tirano dritto possono raggiungere anche loro la cima di questo “facile 4000”, per scendere rapidamente al rifugio e poi giù… fino al risotto di mezzogiorno. Così, mentre 4 di noi scendono tranquillamente a valle (me compreso che sul Bishorn sono già stato il 19 agosto 1990, anche se ne ho un ricordo un po’ “buio”), due nostre cordate guidate da Piero e da Marco realizzano questo bel progetto estemporaneo, profittando di un tempo meraviglioso, e arrivando a vedere da vicino il Dom dell’anno scorso, e il Weisshorn… di un anno futuro. La qualità del risotto non proprio eccelsa (nonostante il grande impegno del simpatico cuoco) non sarà stata un premio adeguato, ma l’averlo raggiunto puntuali per le 12:30 è stato certo motivo di soddisfazione dei protagonisti e di ammirazione da parte di tutti i presenti.
Nel pomeriggio gli Assal ci hanno stupito e impressionato, dapprima con una bella visita del vecchio paesino di Grimentz e con la presentazione dell’antica sede, tuttora in uso, della “Bourgeoisie” del villaggio, con annessa antica cantina e aperitivo con i vini in essa conservati. Il piatto forte, però è stata la presentazione che entrambi ci hanno poi fatto. Jean-Philippe ci ha mostrato il suo film ambientato a Venezia, nel quale l’Educazione Terapeutica è vista nella cura dei fabbricanti di gondole, nella delicatezza e nel lavoro di squadra dei soffiatori di vetro di Murano, e negli infiniti ritmi che caratterizzano la città lagunare; poi ci ha mostrato un estratto dell’attività educativa che da anni più lo appassiona: il teatro del vissuto, suscitando molte domande. Tiziana ha poi conquistato tutti con l’illustrazione dei suoi atelier di pittura, attraverso i quali riesce a far esprimere sentimenti sepolti nel profondo della coscienza, aiutando spesso a risolvere situazioni che a volte costituiscono vere e proprie patologie. La conclusione è stata all’altezza di questa splendida giornata, con un’ottima raclette, che per molti dei partecipanti e stata una scoperta, piacevole e impegnativa al tempo stesso.
Il giorno della partenza, alle 8 del mattino ho chiesto ai partecipanti di scrivere nel modo più particolareggiato possibile “Che cosa porto a casa dopo questo incontro”. Dopo mezz’ora, all’arrivo degli Assal, abbiamo “restituito” in forma anonima le scritture appena completate, e poi, dopo una breve intervista al Prof. Assal sulle ragioni che lo hanno indotto a occuparsi di Educazione dei Pazienti, ci siamo salutati con un grande “Arrivederci!”.

Roma, 10 settembre 2015
Prof. Aldo Maldonato, MD
ComET-onlus, Via Giuochi Istmici 16, 00135-Roma

Ringrazio con affetto tutti i partecipanti: Alberto, Antonella, Edoardo, Federico, Luigi, Miriam, Pietro e Sara. Ringrazio di cuore in modo particolare Gianfranco Poccia e Marco Peruffo.
Un sentito ringraziamento anche alle guide: Piero Bosetti, Armand Salamin, Romain Tavelli, Christian Hofmann, Ferruccio Svaluto, Andrea Basso e Carlo Cosi.

Zinal, Valais (CH). 30 agosto 2015.

Che cosa porto a casa…

“… i nuovi compagni, l’uno diverso dall’altro, ma con tanta voglia di imparare.”
“Porto a casa un bagaglio più leggero di quello con cui sono partita…
Libero lo zaino dalla paura di essere sola…”
“… ho imparato tante possibilità di gestione dai miei compagni di avventura…”
“… finora pensavo che la gestione di questa malattia fosse da me ben condotta. Mi sono reso conto che in realtà non è così. Tante cose le sapevo solo parzialmente…”
“… Sono rimasto molto colpito dagli Assal, il loro modo di lavorare e dalle loro parole sull’educazione terapeutica…”
“… ho pensato subito che la nostra settimana sia stata molto simile alle esperienze proposte dagli Assal: andare in montagna ti fa prendere conoscenza di te stesso, ti mette alla prova e ti obbliga a esporti, mettendo in evidenza tutti i limiti e i problemi. In questo però, come nel teatro del vissuto, siamo stati affiancato da professionisti (guide soprattutto ma anche diabetologi) che, come il regista a teatro, ci hanno accompagnato nelle esperienze mettendoci a disposizione le tecniche che non padroneggiavamo…”
“… Ho potuto vedere con i miei occhi che chi conosce meglio se stesso e la sua malattia, e la sua terapia, meglio sa gestire la glicemia in condizioni estreme…
Ho avuto la conferma che la condivisione aiuta il paziente a far emergere i propri dubbi, quindi esce da un’esperienza del genere con più conoscenze, più certezze, più competenze…”
“… Mi porto a casa un clima di condivisione durante i pasti e il senso di appartenenza durante le salite che sono state vissute in gruppo, uniti nonostante differenze di esperienza e grado di preparazione…
Mi porto a casa la voglia di vivere la Montagna oltre la vetta, trovando equilibrio e serenità con me stesso e con chi mi sta vicino.”