Infinito

Andrea è un giovane ragazzo brillante, che non rientra in uno schema preconfezionato: ha delle doti non comuni e riesce a vedere oltre, oltre a ciò su cui l’occhio comune indugia, senza chiedersi cosa ci possa essere dall’altra parte. Il suo racconto mi ha colpito perché mi ha dato un punto di vista diverso di qualcosa che conosco: la ricerca. Io la inseguo grazie alle mie gambe e alle mie braccia, spingendomi oltre, oltre la forcella, oltre la parete, il passo, per vedere cosa c’è dall’altra parte, lui l’ha fatto attraverso le parole, e mi ha dato le stesse emozioni.

Ecco quindi riportato il suo brano…

Il cielo è tutto ciò che va oltre la siepe

L’orizzonte rassicura.
Ci divide dal “resto”.
Giacomo lo sapeva o forse lo intuiva.
Il ragazzino ogni sera al tramonto sporgeva la testa fuori da una finestra e guardava la linea che spezza il cielo. Posava gli occhi sul confine. Aveva anche provato a misurare questa linea, quando era più piccolo. L’aveva misurata con successo: le linee, esclusa la retta che non si trova in natura e abita l’Iperuranio, sono definite e proteggono da ciò che non lo è. Almeno, le linee ci provano.
Ma un giorno Giacomo si spinse oltre le colonne d’Ercole dell’orizzonte, rifiutò questa protezione, la curiosità prevalse. Alzò lo sguardo: il folle volo di Ulisse. Si perse non conoscendo il cielo, ma si ritrovò. Lo sguardo era caduto su una stella, Giacomo amava le stelle. Da quell’attimo Giacomo le odiò. Si era perso alla ricerca di un infinito, ma si era trovato con lo sguardo ingabbiato dalla luce degli astri. Gli astri orientano, guidano e danno sicurezza. Ma richiamano all’ordine definito, seducono gli occhi, ma li tengono prigionieri. Li riassorbono nell’àpeiron per la loro hybris, tracotanza, voglia di spingersi oltre, troppo oltre il conosciuto.
Le stelle fisse chiudevano l’universo confinandoci già ai tempi di Aristotele. Siamo sempre stati ostaggi, sempre rinchiusi. Forse però, pensò il giovanotto, anche le stelle mobili di Copernico non scherzano.
Giacomo ritrasse la testa, prese il suo quadernetto e annotò qualche osservazione. Aveva una particolare sensibilità e quando sentiva di doversi esprimere scriveva qualche frase. Annotazioni, pensieri, poesiole. Il cielo lo aveva sempre attratto ma quella sera lo aveva deluso. Non gli aveva permesso di spingersi fin dove avrebbe voluto. I suoi guardiani erano troppo luminosi.
Andò a dormire avvilito.
Nelle settimane seguenti riprovò a sollevare lo sguardo, ma non arrivò mai in fondo. Si trovava sempre a chinare il capo sconfitto senza mai raggiungere la fine del cielo. Come Ulisse, naufragava nel mare della conoscenza, forse più dolcemente, ma si sentiva sconfitto ugualmente.
Prese l’abitudine di uscire all’aria aperta a contemplare il cielo tutti i giorni, tornato da scuola.
Un giorno, mentre guardava la volta, sentì cantare Teresa, la figlia del cocchiere di famiglia.
Ella girava sempre per la casa del giovane ma egli non le aveva mai parlato, era un ragazzo solitario. Ma quel giorno andò diversamente.

Si sentiva particolarmente solo, come il passero che accompagnava le sue giornate con un canto insistente e apparentemente gioioso.
Quel passero volava altissimo nel cielo misterioso, ed era costretto alla solitudine dallo stormo acefalo, poiché considerato anarchico. Poiché seguiva la propria natura. Poiché non si preoccupava del necessario ma di ciò che va oltre.
Era un piccolo Jonathan Livingstone.

Quel giorno Giacomo si avvicinò a Teresa.
Le chiese di accompagnarlo in cortile a guardare il sole brillare.
Teresa acconsentì.
Scesero.
Giacomo si mise a guardare il sole, Teresa ricominciò a cantare, e guardava il cielo.
Poi lei cantò soltanto, lui solo tacque. Smise di fissare il vuoto. Il vuoto lo svuotava.
Si sentì impotente. Gli bastò un momento.
Capì che avrebbe dovuto rinunciare a capire.
Ammise l’esistenza dell’infinito e non lo annientò, lo rispettò. Comprendere l’infinito lo ridurrebbe a un finito. Accettò la sconfitta e non alzò più gli occhi al cielo. Promise al sovrano celeste che non li avrebbe mai più alzati.
Pensò che l’accessibile canto di Teresa gli fosse sufficiente.
D’impulso la baciò, lei non ritrasse la testa.

Si baciarono.

Giacomo odiava le Stelle. Da quell’attimo, Giacomo le amò.
Le amò fino a quando la sua si spense giovane. Quando la “stella” Teresa tornò in cielo per restarci.
Giacomo pianse.
Sentì di doversi esprimere.
Scrisse molto, in quei giorni. Frasi, annotazioni, pensieri.
E non lasciò più la penna.
Decise di dedicarsi alla sua passione.
Pensò di rifugiarsi nei versi.
Scriveva poesiole, avrebbe scritto grandi poesie.
Non ebbe il coraggio di dedicare un canto direttamente a Teresa, ma per ricordarla ne scrisse uno affidando all’amata il nome di Silvia.
Quando scrisse “A Silvia” il MIO Giacomo Leopardi amava davvero quella Teresa che la natura e la vita gli avevano portato via per sempre.
E urlò al cielo la sua rabbia per il resto dei suoi giorni. Ma si ricordò della sua promessa e non alzò lo sguardo.
Scrisse un’altra poesia per quel cielo che gli aveva dato una stella e gliela aveva rubata.
Quel cielo che lo aveva ingannato.
Quel cielo che quando scrisse “l’Infinito” Leopardi sapeva di non conoscere e della cui immensità amava il valore.
E che davvero non conobbe mai.
Mantenne la promessa, consapevole che la vera stella era sepolta nella nuda terra.
Restò fedele: morì a testa alta, da uomo d’onore.
Restò fedele: morì gobbo, perché il finito non era sufficientemente elevato.
Non abbastanza da essere contemplato senza il bisogno di chinarsi.

Andrea Lazzarin,
con l’approvazione di Giacomo Leopardi che si riconosce solo parzialmente nel racconto ma che apprezza divertito il tentativo di ritratto e la fantasia, l’unico mezzo che esiste per apprezzare davvero l’immensità che sta nella realtà.
E il suon di lei.